Il Munchener Bach-Choir risplende alla GOG
“Lo stretto legame con l’Altissimo, che in altri avrebbe portato all’esaurimento, all’indebolimento, al prematuro isterilirsi, divenne in Bach fonte di energia sempre rinnovata ed elevata. È questa che fa scorgere in lui, più che in qualunque altro, il musicista sommo, l’Omero della musica, la cui luce brilla sul nostro firmamento musicale europeo, e che finora non abbiamo superato”. Così Wilhelm Furtwängler chiudeva un suo scritto sul Cantor maximus nel 1951; parole che, a distanza di decenni, non hanno perso la loro forza e che sono riaffiorate alla mente la sera di Lunedì Santo, 6 aprile, al Carlo Felice di Genova, dove la GOG, che dal 1912 con garbo e costanza invita ad esibirsi i migliori musicisti del mondo, ha riportato sul palcoscenico genovese dopo 25 anni di assenza uno dei monumenti assoluti dell’arte e del pensiero occidentale: la Passio Domini Nostri Jesu Christi secundum Matthæum BWV 244. Un impegno, anche dal punto di vista finanziario, e un atto di grande coraggio, una scelta che va sostenuta con il più ampio encomio, in un momento così delicato per il nostro Paese.
Serata ovviamente particolare, già dedicata da tempo alla memoria di Don Antonio Balletto, amatissimo sacerdote scomparso un anno fa, ma logicamente, vista la tragedia consumatasi in Abruzzo la notte prima, gli stessi musicisti del Bach Collegium München e del Münchener Bach-Choir hanno voluto dedicare la loro esecuzione alle vittime e agli sfollati del terremoto. Comunque, teatro gremito e pubblico euforico al termine, per nulla provato da oltre 3 ore di musica.
Veniamo alla musica: la lettura della “Matteo” dei complessi bavaresi diretti da Hansjörg Albrecht (che ne è direttore musicale dal 2005) ha per cifra caratteristica un’intensità e una drammaturgia, o se preferite un’urgenza, che oggi ha pochi rivali. Oltre alle prove impeccabili delle prime parti dell’orchestra (nell’insieme, non tutto è filato però liscio), la partecipazione emotiva dei solisti di canto è stata davvero sorprendente e in grado di mettere in secondo piano le (poche) riserve sulla loro tecnica vocale; qualcuno potrà storcere il naso dicendo che il realismo forse era eccessivo, ma sta di fatto che il soprano Simone Nold, il contralto Anne-Carolyn Schlueter, il tenore Thomas Allen, il basso Kostantin Wolff e l’altro basso Konrad Jarnot, tutti indistintamente, hanno brillanto per intensità e per un profondo senso della drammaturgia che erano chiamati a restituire. Va da sé che le “linee-guida” di questa interpretazione siano state ispirate e volute direttamente da Albrecht, che nonostante la giovane età (classe 1972) dimostra una dimestichezza e una sicurezza notevoli nell’affrontare una partitura come la Passione; a lui il merito indubbio di aver saputo “spingere” costantemente, sollecitare, incalzare le masse artistiche che si trovava di fronte. In questo senso, si è trattato di una lettura straordinariamente agile, moderna, proiettata in avanti, anche se in questo modo non tutto si riesce a preservare: la velocità assurda con cui Albrecht ha attaccato tutti i corali (tranne Wenn ich einmal soll scheiden, che segue immediatamente la morte di Gesù, in assoluto il momento più magico della serata) non può trovare giustificazione alcuna, né formale, né musicale; molto semplicemente, si mortifica e si distrugge una componente fondamentale della struttura di un capolavoro, piegandolo alla propria mercé e soprattutto sottraendolo di fatto ai fedeli, nel nostro caso al pubblico, che deve doverosamente rispecchiarsi nelle parole e nello stato d’animo del coro.
Per l’appunto, non abbiamo ancora citato il coro, perché per il Münchener Bach-Choir bisogna fare un discorso a parte. Karl Richter, che lo fondò nel 1954 utilizzando voci non professioniste, aveva visto giusto, e la sua eredità, il suo immenso lavoro, si percepisce incredibilmente fino ad oggi. Per chi ha nell’orecchio le sue incisioni, quel Bach senza tempo, e perciò tanto più vicino a noi, e potrà ascoltare il “suo” coro oggi, si renderà conto che non è cambiato nulla: stesso timbro, stessa intensità, stessa dolcezza, stessa professionalità, stessa granitica compattezza, stessa strepitosa bellezza di un suono e di un canto così vivo, che va diretto al cuore. È questa, l’ascolto del Münchener Bach-Choir, la vera gioia a cui ci siamo letteralmente abbandonati lunedì sera al Carlo Felice, al punto di aspettarci da un momento all’altro la figura di Karl Richter spuntare da dietro le quinte. Il suo coro è un miracolo vivente, siamo sicuri che anche Bach ora glielo starà dicendo.
Andrea Ottonello
[pubblicato su www.mentelocale.it e su www.operaclick.com il 07.04.09]
