concerto di Nicola Piovani: la recensione del Socio Antonio Lavarello
Il legno compatto del fondale è squarciato da una grande finestra quadrata, che lascia fluire i fotogrammi di Moretti, Benigni, Fellini: l’intera sala del Carlo Felice, affollata sino in galleria, si affaccia su alcune tra le pagine più belle del cinema italiano.
“A me piace partire sempre da elementi narrativi, cercare di entrare nelle storie, nei personaggi, negli sguardi dei primi piani”: Nicola Piovani, cineasta musicale come si autodefinisce, giovedì sera ha reso concreta l’opera di mediazione poetica che svolge con la propria musica, realizzando materialmente questo “stare in mezzo” tra pubblico e immagini. Lo circondava, con divertito entusiasmo ed un affetto percepibile sin dalla platea, l’orchestra del teatro genovese, folla brulicante di strumenti e musicisti - lo scintillante campionario di percussioni, una fisarmonica, una chitarra, persino una batteria.
Le note di Piovani da sempre raccontano e avvolgono ciò che scorre sul grande schermo; ma in questo caso passano in primo piano rispetto al cinema, caricando quasi esclusivamente sulle proprie spalle l’arduo compito di crearne la magia. Il compositore diventa trasformista, pronto a interpretare e rappresentare le diverse personalità artistiche dei registi.
Ecco dunque la suite scritta per la fiction “Resurrezione”, per la prima volta eseguita pubblicamente: la tensione della climax finale, sorretta da un tessuto di bassi e pizzicati incalzanti e chiusa da implacabili rintocchi di campana, richiama tutto il rigore dei fratelli Taviani e sullo sfondo, lontana ma presente, la severità morale di Tolstoj. Ecco la “Suite Moretti”, in realtà tante anime diverse: l’amara rassegnazione de “La stanza del figlio” trattata con la delicatezza di un piano carezzevole e la compassione di un clarinetto solitario; l’inquietudine di “Caro Diario” ora solcata dall’ironia, ora addirittura toccata dal divertimento, ora invece segnata dalla solitudine; lo straniante intreccio di idealismo sognante e desolata sconfitta de “La messa è finita”. Piovani riesce nel miracolo, entrare nei panni multiformi, difficili e personalissimi di Nanni Moretti, e il pubblico chiude il primo tempo del concerto con un diluvio di applausi.
Dopo l’intervallo tocca a Benigni comparire in questa galleria di ritratti cinematografici in musica. Prima viene “Pinocchio”, poi “La vita è bella”, film diversi non solo nel genere, ma anche, oggettivamente, nella qualità del risultato; tanto è intelligentemente leggera e al contempo profonda la seconda, quanto è involontariamente pesante e faticoso il primo - non per niente l’una fu Oscar, anche per la musica, l’altro flop colossale. La musica sembra seguire lo stesso destino: sfiora il kitsch zuccheroso nel seguire la pomposa versione delle avventure collodiane e si eleva a capolavoro nell’accompagnare le vicende di Guido, Dora e Giosuè. Tra la struggente dolcezza di “Buongiorno principessa”, l’ingenuità cristallina di “Beautiful that way” cantata da Barbara Eramo, la vitalità incosciente del “Foxtrot” e l’infantile esuberanza de “Il Carrarmato” Piovani dipinge una favola commovente eppure mai patetica e incanta gli spettatori senza nascondere l’ironia sottile e amara che pervade la musica come la pellicola.
L’orchestra attacca “La voce della luna” e il direttore, come indossando il cappellaccio e la sciarpa di Fellini, assume su di sé tutta la carica onirica, il morbido sarcasmo, l’anarchia stravagante e stralunata del più grande regista italiano di tutti i tempi; ecco la struggente semplicità di “Volano le canzoni”, scritta con Cerami, e infine la nostalgia resistente e i lustrini squillanti di “Ginger e Fred”, suonata e diretta con esuberanza e partecipazione: sullo schermo un ritratto di Piovani disegnato dal grande Federico, i riccioli neri della giovinezza e lo sguardo intenso dritto verso la sala.
Il pubblico, variegato come poche volte al Carlo Felice, tributa applausi pregni di commozione, sorrisi sulle labbra di tutti e cuore emozionato: tra i due bis che chiudono la serata la stupenda “Beautiful that way”, ancora più limpida, ancora più bella.
Antonio Lavarello
[pubblicato su "Il Corriere Mercantile" del 25.04.09]
