Maisky incanta il Carlo Felice

Scritto da Andrea Ottonello

mischa maiskyUn pubblico euforico e festante, anche se non particolarmente stipato come sarebbe stato ragionevole (ma in teoria non bisognerebbe fare a pugni per un biglietto di un appuntamento simile anziché andare allo stadio?), ha salutato il ritorno a Genova, mercoledì sera al Carlo Felice, del più grande violoncellista vivente: Mischa Maisky, protagonista di lusso all’interno di una stagione artistica decimata dai tagli, si è confermato, dopo i récital per la stagione GOG di Grigory Sokolov (dicembre) e Daniel Barenboim (gennaio), uno degli eventi musicali dell’anno. La sue strepitose esecuzioni della “Élégie” di Faurè e del “Concerto n. 1″ di Saint-Saëns hanno infiammato la platea: applausi, ovazioni, urla, 10 chiamate alla ribalta, 2 febbrili bis (dalle “Suites” di Bach), ma anche il “battipiedi” dell’orchestra, che è parsa letteralmente salire sul suo carro e assecondarlo con grande professionalità. Maisky è un artista totale la cui passionalità e a dir poco travolgente; in sintesi, un musicista che riesce a fondere la propria personalità straripante ad un rispetto e un amore quasi cieco per la musica che sta restituendo in quel dato momento. Personalità che si esplica anche in dettagli extra-musicali, come il “frac-gessato”, o il suo tergersi schizofrenicamente il sudore in modo da far sembrare quelle pause tra un attacco e l’altro scritte quasi apposta per lui. I problemi tecnici sono in lui risolti ancor prima d’esser posti, sì che ci si trova di fronte a un musicista che punta dritto al cuore delle partiture: come nel concerto di Saint-Saëns, nelle sue frasi lunghe, nei suoi virtuosismi come nei suoi momenti di maggior languore. Un’emozione vera, profonda, continua, autentica.

Il direttore Christopher Franklin si è dimostrato ancora una volta una guida incolore, con scarsa presa sull’orchestra e quasi inesistente nella concertazione, segnatamente nella sinfonia di Frank, oggetto della seconda parte della serata, ove sono emersi tuttavia alcuni pregevoli contributi delle prime parti e un suono particolarmente compatto dei violini; l’esecuzione in ogni caso, fatti salvi alcuni momenti di lucidità nel primo movimento, è parsa decisamente confusa e grossolana.

Infine, da segnalare la presenza in sala delle classi di violoncello del Conservatorio, invitate dal Teatro nell’ambito del progetto “La musica per tutti” della Fondazione Carige. Il che tuttavia, consentitecelo, dovrebbe essere la norma, non una notizia: chi fa della musica la propria vita al Carlo Felice dovrebbe essere di casa, anziché aspettare un invito.

Andrea Ottonello

pubblicato su “Il Corriere Mercantile” il 06.03.09

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