Erano anni che il maestro Bruno Bartoletti mi parlava del progetto di portare al Carlo Felice l’opera più inquietante e monumentale di Benjamin Britten, il War Requiem. Due anni fa sembrava fatta, poi le note vicende che hanno portato alle dimissioni di Alberto Triola da direttore artistico prima, e al commissariamento del teatro poi, hanno sepolto definitivamente il progetto.
Così, sabato 14 marzo, ho assistito alla Fenice di Venezia, insieme a un gruppetto di “fedelissimi”, a quello spettacolo che a Genova non abbiamo avuto il piacere di vedere.
Il War Requiem (Op. 66) fu commissionato a Britten per essere eseguito il 30 maggio 1962, in occasione della riconsacrazione della cattedrale di Coventry, ricostruita dopo la distruzione da parte dei bombardieri tedeschi nel 1940.
L’opera è concepita come un grandioso affresco antimilitarista dall’organico impressionante per la presenza contemporanea di tre solisti (soprano, tenore, baritono), una grande orchestra, un’orchestra da camera, un coro di adulti, un coro di voci bianche e un organo.
L’idea, spiazzante, e, all’epoca anche contestata, fu quella di affidare al soprano, ai cori e alla grande orchestra le parti tradizionali della messa pro defunctis, cantate in latino (requiem aeternam, dies irae, offertorium, Sanctus, agnus Dei, libera me), mentre i due registri maschili contrappongono in lingua inglese, accompagnati dall’orchestra da camera, ad ogni movimento brani delle poesie antimilitariste di Wilfred Owen, il giovane poeta morto sul fronte francese nella prima guerra mondiale. Ancor più scalpore suscitò l’invenzione britteniana di dar voce ad entrambe le parti belligeranti, usando il tenore inglese Peter Pears e il baritono tedesco Dietrich Fischer-Dieskau nei ruoli dei soldati defunti.
Per l”esecuzione della Fenice, Bruno Bartoletti si è avvalso del soprano Kristin Lewis (a Genova l’anno scorso nel Trovatore), del tenore Marlin Miller (grande frequentatore del repertorio britteniano) e del baritono tedesco Stephan Genz, tutti perfetti.
Dal momento dei tre rintocchi di campana iniziali, seguiti dal tricordo (l’intervallo del diavolo…) degli archi, per un’ora e venti minuti lo spettatore è coinvolto in un’esperienza acustica ed emotiva che raramente trova riscontro in un teatro.
Bartoletti, autentico apostolo di Britten in Italia e non solo (ha avuto, negli anni sessanta, il privilegio di dirigere la prima americana del Billy Budd alla presenza dell’autore), dimostra una padronanza della materia musicale assoluta, impegnato, con la consueta maestria, sia nella direzione di solisti, coro e grande orchestra sulla scena, che nel passare il testimone al direttore della piccola orchestra fantasma, nascosta nella buca: tutto funziona perfettamente in un meccanismo severo che non ammette interruzioni sonore né emozionali.
Il War Requiem andrebbe ascoltato solo e rigorosamente “dal vivo”, qualunque riproduzione fa torto alla scrittura e agli arrangiamenti di Britten, qui riconoscibile e nel contempo imprevedibile come non mai.
Nelle sonorità cromatiche dell’orchestra e del coro rifulgono espliciti omaggi al requiem di Verdi frammisti all’eco dei canti dei marinai dell‘Indomitable, tanto cari agli amanti di Britten. L’uso incalzante dei fiati e delle percussioni, ossessivamente presenti, par scritto per ricordarci che l’evento è prevalentemente artistico, laico e non liturgico, ma, d’improvviso, l’organo e le voci bianche aprono squarci di altissima spiritualità che inopinatamente si richiudono, quando veniamo riportati sulla terra dalla piccola orchestra, che, nervosa, accompagna i cantanti. Ed è proprio la voce dei soldati, non eroi ma vittime della guerra, che ha forse l’impatto più profondo sull’animo dello spettatore, tinteggiando un tragico affresco tra raffiche di fucileria e crocifissi mutilati con le trincee che diventano gallerie buie e profonde, propagini d’inferno dove il Dio crudel della guerra riscrive in maniera disperata anche le pagine dell’antico testamento.
E poi arriva il Libera me, pura esplosione sonora, con vette di volume e dinamica musicale tali da rasentare la soglia del dolore.
All’improvviso, tutto si acquieta, quando gli angeli-bambini invocano l’apertura delle porte del paradiso, e i soldati morti, che si sono riconciliati e perdonati, chiedono a noi tutti di smetterla con le commemorazioni e di lasciarli dormire, finalmente in pace, per l’eternità.
E’ allora che la piccola orchestra scioglie la tensione in una ninna-nanna di triste e inusuale bellezza, a cullare il sonno dei giovani caduti in tutte le guerre e sotto ogni bandiera.
Poi risuonano nuovamente tre rintocchi di campana e tutto tace.
E nel silenzio che precede l’applauso la commozione in sala è tangibile.
E si ha la certezza di aver assistito ad un capolavoro.
Massimo Arduino

30 marzo 2009 at 12:07
Bellissima la recensione di Massimo Arduino! Conosco benissimo “War Requiem” di B.Britten possedendo l’edizione diretta dall’Autore stesso, con Peter Pears e D.F. Dieskau con la London Symphonie Orch. Peccato che avvenimenti del genere non vengano mai propagandati ai Soci, dalla nostra Associazione e che soltanto pochi eletti “fedelissimi” dell’Associazione possano accedere a questi sublimi spettacoli!… Se è per questo credo di essere una fedelissima anch’io iscritta all’Associazione dal 1990 ma, evidentemente, non sono considerata tale. Me ne rammarico molto e spero che la mia critica sia positiva per occasioni future da portare a conoscenza dei Soci, fedeli o meno!… Thea De Benedetti
2 aprile 2009 at 15:32
cara Thea! ma come potremmo tenerti all’oscuro di una simile iniziativa se l’avesse organizzata ufficialmente l’Associazione! in realtà il viaggio è stato autonomamente organizzato da alcuni Soci (e non Soci), in forma assolutamente privata; al ritorno, anche in considerazione dell’affetto e del particolare legame che l’Associazione ha da sempre con Bruno Bartoletti, ci sembrava giusto pubblicare la testimonianza di Massimo Arduino. alla prossima! un abbraccio!