
Festeggerà l’anno prossimo 50 anni di carriera: è Renato Bruson, una delle leggende viventi del canto, per molti il più grande baritono verdiano della seconda metà del Novecento, che sarà l’interprete più atteso dell’ “Andrea Chénier” di Umberto Giordano, ultimo titolo d’opera per quest’anno al Carlo Felice, in scena da martedì 24 marzo.
Ascolta l’intervista integrale a Renato Bruson cliccando qui! (13.4 MB)
Come sta Maestro?
Io sto benone, grazie, sono i teatri che non stanno tanto bene in questo periodo, incluso mi pare il Carlo Felice, ma comunque avendo la fortuna di girare tutti i palcoscenici del mondo posso assicurarle che la crisi è davvero ovunque.
Che opinione ha in merito?
Beh, posso dirle che quando cantavo a Genova quando gli spettacoli andavano in scena al vecchio Margherita, esisteva una persona che dirigeva il teatro, coadiuvato da alcuni segretari. Oggi quante persone lavorano in teatro? Eppure le produzioni sono le stesse, il numero dei personaggi delle opere non è aumentato! D’accordo, il teatro oggi è una macchina più complessa, ma gli spettacoli si facevano anche allora, e con che nomi e successi! Forse si è fatto qualche passo avanti nell’ambito della scenografia e dei costumi, ma le assicuro che al pubblico interessa il proprio beniamino, al di là dell’aspetto visivo.
Cosa pensa dei cantanti di oggi? Sono diversi da lei e da quelli della sua scuola e generazione?
Il problema è che il teatro si è profondamente trasformato. La sfido a trovare un cantante di oggi o di qualche anno fa che sia destinato a una lunga carriera: non c’è nessuno, perché dopo al massimo una decina d’anni cominciano la parabola discendente. È un dato di fatto.
Ma perché?
Perché il teatro è diventato un business e i cantanti, specie i migliori, vengono sfruttati. Basta che ci sia un elemento con delle buone qualità vocali, e questo viene “fagocitato” da agenti e dirigenti teatrali che li mandano allo sbaraglio senza alcuna esperienza e senza che si siano fatti le ossa. Ma scusi, se un giovane viene chiamato da una grande teatro o da un celebre direttore d’orchestra come fa a dire di no? Ricordo che anni fa dissi a un direttore artistico, che voleva ingaggiare un giovane promettente: “non le sembra di fargli del male buttandolo in palcoscenico?”, lui mi rispose “non mi interessa, a me basta che si alzi il sipario”. Ho reso l’idea del mondo in cui siamo? Bisogna voler bene ai cantanti!
Ma allora che consigli dare ai giovani che vogliono fare i cantanti lirici?
Calma, umiltà, un gradino alla volta, cominciare la carriera “dall’alto”, è pericoloso. Vede, io dico sempre che la mia fortuna è stata la “sfortuna” che ho avuto all’inizio della mia carriera. Ho cantato per anni nei teatri di provincia, nelle stagioni che chiamavano “punitive”, dove ci voleva tutta che ti pagassero le spese di viaggio, vitto e alloggio. Ma quell’esperienza su quei palcoscenici è stata fondamentale, e quando ho cominciato a cantare nei grandi teatri avevo già una quindicina di opere in repertorio su cui essere “collocato”. Oggi non è più così, sento cantare voci che hanno le parti “appiccicate” come dei francobolli.
Ci sono artisti a cui si sente legato?
Molti colleghi, indubbiamente, ma soprattutto la mia maestra, Elena Fava Ceriati, una madre spirituale, che mi ha insegnato tra l’altro a cantare musica da camera, che serve per formarsi il gusto, la linea del canto, l’attenzione per la parola. Preferisco un brutto suono ma una bella frase, piuttosto che un bel suono ma una brutta frase. Vede, il pubblico si aspetta che arrivi qualcosa al loro cuore, non all’orecchio, ed è con qualcosa nel cuore che le persone vogliono uscire dal teatro.
Cosa può dirci del personaggio di Carlo Gerard che canterà in “Andrea Chénier”?
Tanto per cominciare, è vero che è un giardiniere, ma come dice il libretto all’inizio, è un uomo di lettere. È una testa calda, ma non al punto di dover risultare grossolano, sgraziato, tutt’altro. La prima aria contiene delle parole profondissime, mentre la seconda è quasi scritta con l’applauso. Penso che Gerard ci insegni ad entrare dentro la testa delle persone, non è un rivoluzionario tout court, ma solo un promotore del cambiamento dei tempi.
Cosa c’è nella sua vita oltre alla musica?
La musica è la mia vita, ma quando sono fuori dal teatro mi sento una persona come tutte le altre. Ho la fortuna di avere una moglie meravigliosa, che ama la mia professione, e con cui passo tutto il tempo che posso, anche perché non abbiamo figli. Comunque, le confesso che dopo una settimana che sono a casa comincio a scalpitare perché non vedo l’ora di tornare in teatro, che è quello che mi mancherà il giorno che mi ritirerò.
Cos’è per lei la musica?
Tutto, semplicemente.
Andrea Ottonello
[intervista pubblicata su "Il Corriere Mercantile" del 17.03.09]


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