A fronte di un buon successo di pubblico, molte perplessità sul concerto che il Carlo Felice, in occasione della festa della donna, ha offerto ai suoi abbonati e alla città domenica sera. Perplessità le quali, per entrare subito in medias res, vengono tutte dal podio su cui è salita una bionda e sorridente fanciulla spagnola, Inma Shara, che però, appena impugnata la bacchetta, si è trasformata in una sorta di bambola meccanica; una tecnica direttoriale e un gesto, il suo, secco, a scatti, ben poco decifrabile (gli attacchi “a piombo” si contavano sulle dita di una mano), pervaso da una tensione nevrotica ingiustificata, ma soprattutto, al di là dell’esteriorità, inefficace e slegato dal contesto musicale. Ne esitava infatti, da parte dell’incolpevole orchestra, una sonorità asettica, a tratti aspra, nervosa, talvolta sguaiata. In sintesi, una rigidità di braccio e di pensiero incomprensibile, specie in un repertorio plastico e danzante come quello proposto per la serata: il concerto si è aperto con l’intermezzo dalle “Goyescas” (1908) di Enrique Granados, in cui non v’era traccia dell’inquietudine e della tavolozza di colori del leggendario pittore spagnolo. A seguire, la “suite” per orchestra (1925) da “El amor brujo” di Manuel de Falla (con la voce di Anna Malvasi), prosciugata del suo vitale respiro popolareggiante; e infine, la “Sinfonia sevillana” (1920) di Joaquin Turina, che forse era dei tre il brano un poco più a fuoco e coinvolgente. Il meglio della produzione spagnola del Novecento, dunque qualcosa di familiare per la Shara, che tuttavia ha di fatto “inibito” la musica e la sua fruizione anziché farsene umile tramite. Una presenza, la sua, schiettamente televisiva, costellata di “mossette” e ammiccamenti alla Heater Parisi, svenevoli e plateali captatio benevolentiae; su tutti, la palma d’oro a nostro avviso spetta allo “sradicamento” di un’inerme orchidea da sotto al podio e il lancio verso il pubblico a fine serata. In sostanza, uno “spot” per la festa della donna mediocre e populista, svuotato del suo contenuto musicale, di cui in questi tempi bui non c’era francamente bisogno.
Andrea Ottonello
pubblicato su “Il Corriere Mercantile” il 10.03.09

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