Carlo Felice, un “Andrea Chénier” poco da ascoltare e molto da guardare

Scritto da Andrea Ottonello

foto di Marcello OrselliSerata movimentata ancora prima dell’apertura del sipario, quella di martedì 24 marzo 2009, al Teatro Carlo Felice di Genova. Il quale, com’è noto, da tempo fa più notizia per le tristi vicende di gestione che lo tormentano che per gli spettacoli, a volte anche meritevolissimi, che vanno in scena. Martedì tuttavia, a differenza di quanto avvenuto troppo spesso in passato, i lavoratori hanno deciso di non scioperare ma di fare volantinaggio prima dello spettacolo nel foyer e sotto il porticato all’ingresso; due distinti comunicati, uno dei sindacati confederali e uno degli autonomi, per ribadire la richiesta alle istituzioni locali e nazionali di risolvere il problema del fondo pensioni, che pesa come un macigno sul futuro dell’ente lirico genovese: in sintesi (poiché non è questa la sede) se non si trovano 10 milioni di euro entro fine giugno il teatro, già commissariato, dichiarerà fallimento e chiuderà i battenti. Ma torniamo a occuparci di musica, visto che pur con qualche minuto di ritardo, il sipario grazie a Dio si è aperto, anche se in un clima ovviamente pesante e di grande incertezza per il futuro.

Andrea Chénier dunque, il maggior successo di Umberto Giordano, l’opera ispirata alla vita del poeta francese vittima della rivoluzione nel 1789. L’accoglienza del pubblico, accorso numeroso ad affollare il Carlo Felice (si trova posto a fatica per le repliche), è stata piuttosto tiepida, specie se si considera il fatto che l’opera è costellata di arie “strappa-applausi” da cima a fondo. In verità, sono molte le perplessità, sia nell’insieme della realizzazione musicale, sia nelle individualità espresse dai solisti di canto. Lo Chénier, scritto nel 1896, è opera dalle tinte forti, profondamene verista, e a livello musicale schiettamente grossier, che dovrebbe esigere quindi una concertazione molto accorta, tesa a rendere raffinato tutto ciò che è grezzo, eccessivo, talvolta sgradevole.

Nell’ambito di questa produzione tuttavia, la lettura estemporanea di Daniel Oren ha teso a esasperare, più che a smussare e nobilitare, i contrasti sonori del dramma di Giordano; la prova delle masse artistiche del Teatro si è rivelata nel complesso disorganica, approssimativa, spenta, e soprattutto molto poco puntuale nel sottolineare i momenti di maggior tensione delle vicende che si compiono sul palcoscenico.
Sul quale, va detto da subito, Renato Bruson è stato l’unico vero protagonista, in grado di “catalizzare” l’attenzione del pubblico e di regalare emozioni: naturalmente la voce non è più quella di un tempo, specie nel registro acuto dove il vibrato terribilmente allargato comincia a diventare inascoltabile. Ma nel registro medio e grave la possanza, il vigore, la bellezza della voce ancora ricchissima di armonici che Bruson porta in giro per il mondo da 50 anni hanno destato emozione vivissima. La sua presenza scenica, la sua attenzione per la parola, il suo muoversi con maestria consumatissima, l’introspezione psicologica del personaggio di Carlo Gerard (dal desiderio di rivalsa nei confronti dei “padroni”, alla passione per Maddalena, alla delazione di Chénier e al pentimento), costituiscono un patrimonio sconosciuto alle giovani generazioni di artisti. Possiamo stare a raccontarcela finché vogliamo, ma nei momenti di “lucidità” la voce di Bruson fa ancora molta paura, e ha messo in serio imbarazzo tutti gli altri protagonisti di questo Chénier. In sintesi, si è avuta la sensazione che Bruson si muovesse su un altro palcoscenico nell’ambito di un altro - e ben più alto - spettacolo.
Il giovane soprano cinese He Hui ha dimostrato con candore tutta la sua inesperienza scenica ma ha fatto ottimo sfoggio di mezzi vocali, proponendo una buona Maddalena di Coigny, anche se un po’ uniforme. Piero Giuliacci, chiamato a sostituire l’indisposto Marcello Giordani nei panni di Chénier, si è dimostrato scenicamente impacciato ma in possesso di doti vocali notevoli, anche se la sua prova di martedì sera è stata caratterizzata da un’emissione discontinua e qualche problema sugli acuti. Peccato. Piuttosto incolori (in alcuni casi, come l’”Incredibile” di Mario Bolognesi, imbarazzanti) gli altri solisti, con l’eccezione di Armando Gabba nel ruolo del ben piantato sanculotto Mathieu e di Francesca Franci nella scena della povera Madelon (più scenicamente che vocalmente).

Di ben altro livello l’aspetto visivo di questo Chénier: plauso incondizionato al regista Lamberto Puggelli, che ha sovrainteso con grande gusto e signorilità alle scene di Paolo Bregni, ai magnifici costumi di Luisa Spinatelli e alle luci di Luciano Novelli; nell’ambito di uno spettacolo godibilissimo e intelligente, da citare almeno le magnifiche parrucche formato gigante indossate dall’aristocrazia parigina durante il primo atto, i cui membri finiscono con l’inabissarsi lentamente a tempo di gavotta: un luminoso esempio di come si possa fare teatro coniugando tradizione e innovazione nell’ambito di un allestimento che aveva debuttato al Carlo Felice nel 2001 e che ci auguriamo possa presto essere esportato altrove.

Ci sia consentito chiudere con una piccola postilla ispirata al biglietto che Gerard stringe tra le mani alla fine dell’opera, su cui è scritta la risposta di Robespierre in merito alla richiesta di grazia per Andrea Chénier: “anche Platone bandiva i poeti dalla sua Repubblica”. Speriamo che non debba essere così anche per la poesia della musica al Carlo Felice, e più in generale nel nostro Paese.

Andrea Ottonello

[pubblicato su  www.operaclick.com]

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1 commento su “Carlo Felice, un “Andrea Chénier” poco da ascoltare e molto da guardare”


  1. Emilio scrive:

    ciao sono un ragazzo k circa una settimana fa è venuto con la suaa classe a visitare questo bellissimo teatro!!!!

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