aspettando “Andrea Chénier” con Lamberto Puggelli
Ci siamo quasi: da martedì 24 su il sipario al Carlo Felice per l’ultimo titolo d’opera di una stagione falcidiata dai tagli: “Andrea Chénier”, il capolavoro verista di Umberto Giordano, che viene riproposto nell’allestimento (2001) di proprietà dell’ente genovese e firmato da Lamberto Puggelli, uno dei maggiori registi che calcano oggi le scene dei teatri lirici e già “pupillo” di Giorgio Strehler. Puggelli ha 71 anni, ma dimostra (abbiamo seguito l’ultima parte di una prova) tenacia e anche molto spirito.
Ascolta l’integrale audio dell’intervista cliccando qui. (11.2 MB)
Come stanno andando le prove?
A questa domanda si risponde sempre “bene!!” no?
Allora gradirei una seconda risposta.
Benino, via, coi tempi che corrono………
Qual è la sua lettura dell’ “Andrea Chénier”?
Non è cambiato nulla rispetto al 2001, era uno spettacolo di cui ero rimasto molto contento. Però anche lo spettacolo fedele a sé stesso, con le stesse scene e gli stessi costumi, sarà molto diverso: sono cambiati i cantanti (quindi gli attori) e soprattutto il pubblico, che io non mi stanco mai di considerare come fattore essenziale di uno spettacolo: il teatro a sipario chiuso non esiste, ci ha mai pensato? Un attore ha bisogno di almeno uno spettatore! Il teatro è un rapporto, non un oggetto artistico, che esiste solo nel momento in cui nasce e va in scena, per poi morire.
Ma è uno “Chénier” tradizionale o sperimentale?
Questa è una falsa distinzione: esistono spettacoli belli e spettacoli brutti, la tradizione e l’innovazione sono concetti molto più relativi. Adoro gli spettacoli tradizionali, ma fintanto che non diventano stucchevoli, routinieri, ripetitivi; tradizione per me non significa “fare come si è sempre fatto”. Allo stesso modo, accetto gli spettacoli moderni, a condizione che non siano volutamente dissacranti, che non perseguano il nuovo per il nuovo, che non siano proposti tanto per fare scandalo. In entrambi i casi, siamo di fronte a due modi legittimi di fare teatro, ma che possono essere entrambi colpevoli. Per quanto riguarda il mio “Chénier”, è una messa in scena tradizionale, in cui però non rinuncio a qualche mia libertà nell’interpretare il libretto. Si può essere rispettosi della tradizione e delle indicazioni di un autore anche nell’attualità.
Qual è quindi la sua idea del teatro?
Dare delle emozioni al pubblico e possibilmente farlo pensare e riflettere attraverso le emozioni stesse. Che poi si passi dalla riflessione ai fatti, è una speranza forse eccessiva che ci ha insegnato Brecht: temo che col teatro non si cambi il mondo, ma è pur vero che l’arte teatrale concorre all’arte più grande di tutte: l’arte di vivere. In questo senso noi teatranti abbiamo un compito, una missione: non fare come la televisione che schiaccia i gusti, umilia la cultura e il cervello dello spettatore, ma al contrario porsi in posizione dialettica col pubblico.
A proposito di televisione, che ne pensa dell’uscita di Baricco?
Mi auguro che sia una provocazione, nulla di più. Magari i televisionari potrebbero essere un po’ più accorti - senza arrivare, e dico la parolaccia, a fare cultura! Mi sembra l’unico aspetto serio della sua boutade. Ha letto l’ultimo numero dell’Espresso? C’è una bella provocazione di Paolo Rossi, intelligentissima, che indica i teatranti come gente immorale, come inventori del divorzio, covo di gay, una razza maledetta. Straordinario! Indica come il fatto teatrale sia una ormai una rarità e possa risultare incomprensibile ai più. Anche se le assicuro che il teatro non morirà mai.
Si spieghi.
In fondo il teatro ha percorso tutta la storia dell’uomo, ma in alcuni tratti di percorso è scomparso, mentre in altri ha raggiunto dei vertici: ad esempio a partire dal teatro greco, poi l’età elisabettiana, il melodramma italiano: veri e propri momenti di dialogo e interazione con la società. Forse oggi siamo in crisi, forse i prossimi decenni sono destinati a vederlo scomparire?, ma le assicuro che il teatro è un’esigenza insopprimibile dell’uomo, e presto o tardi risalterà fuori. “Inventare il vero - come diceva il nostro Giuseppe Verdi - è un’esigenza dell’uomo”. O, se preferisce Pirandello, “la realtà copia il teatro”.
Che ricordo ha del suo Maestro e che prospettive vede per il futuro? Anche se in fondo mi ha già risposto……
Strehler è stato per me un maestro vero, e io sono sulla strada che ha aperto: il suo modo di fare e pensare il teatro è il mio, molto semplicemente. E mi ha insegnato a fare i conti con la contemporaneità, come deve sempre fare un vero uomo di teatro. Per il futuro, mi spiace ma non vedo personalità realmente interessanti; c’è qualche sprazzo, ma lei capisce bene che nel deserto non crescono le querce. Anche se il deserto in sé non è sterile, va innaffiato, coltivato. Forse in questo modo tornerà il tempo dei giganti.
Andrea Ottonello
