Ariadne auf Naxos: cronaca di un nuovo, intrigante spettacolo che nasce al Carlo Felice

Scritto da Redazione

frontespizio ariannaForse le parole più belle dedicate a Richard Strauss le aveva scritte nel 1962 il genio di Glenn Gould: “E’ l’opera di un uomo che arricchisce la propria epoca perché non le appartiene, e che parla per ogni generazione perché non s’identifica con nessuna. È una suprema dichiarazione d’individualità: la dimostrazione che l’uomo può creare una propria sintesi del tempo senza essere vincolato dai modelli che il tempo gli impone”. Una sintesi quanto mai calzante soprattutto per “Ariadne auf Naxos”, capolavoro in cui il grande compositore riesce, con la complicità di Hugo Von Hofmannsthal, a fare del metateatro in cui s’intrecciano le storie antiche del mito greco e quelle della farsa italiana, unendo testi e vicende altrimenti inconciliabili e sublimandoli nel suo universo sonoro. Di “Ariadne” è stata data una buona restituzione martedì sera al Carlo Felice, che nonostante le tristi vicende che s’intrecciano tra le sue mura è riuscito a condurre in porto con meritato successo l’unica nuova produzione di questa stagione (o meglio, co-produzione, visto che lo spettacolo sarà rappresentato nei prossimi mesi anche all’Opera de Oviedo e a quella di Atene). Il regista e scenografo Philippe Arlaud ne ha fatto un crogiuolo surrealista ricco di citazioni (Magritte in primis, ma anche De Chirico e Man Ray) che il pubblico (decisamente folto per un’opera che non rientra tra le più note, almeno in Italia) ha apprezzato specie per quanto riguarda l’ultima scena, con la discesa dal cielo di una decina di labbra in formato gigante, a coronare l’amore di Arianna e Bacco. Qualche trovata registica è tuttavia parsa eccessiva - era proprio il caso di mettere il Compositore su un letto d’ospedale con tanto di flebo e infermieri per rianimarlo all’inizio della seconda parte, laddove Hofmanssthal la fa semplicemente dormire?

Nel cast decisamente folto che l’opera richiede, hanno brillato le due voci femminili di Ariadne e Zerbinetta: la prima, interpretata da Oksana Dyka, ha una splendida voce di soprano lirico, potente, suggestiva, un po’ algida sulla scena, ma di grandissimo impatto e splendidamente timbrata; peccato per l’orribile vestito disegnatole da Andrea Uhmann, un vero e proprio sacco gigante bianco e informe che ne ha reso alquanto sgraziati i movimenti in scena. Una fuoriclasse strepitosa si è rivelata Elena Mosuc nei panni della simpatica maschera italiana: la sua “cabaletta”, forse il gioiello dell’opera, ha riscosso diversi minuti di ovazioni; una prova, la sua, semplicemente perfetta, quasi inumana per le straordinarie doti vocali e sceniche dimostrate. Molte perplessità invece per il terzo protagonista dell’opera, il tenore Warren Mok/Bacco, che ha perso da tempo fondo e armonici mandando la voce brutalmente indietro e/o in testa. Più incolori i numerosi ruoli minori: da citare almeno il notevole impegno e la brillante presenza scenica di Elena Belfiore nel ruolo “en travesti” del Compositore, anche se la sua voce, a tratti un po’ intubata, s’adatta maggiormente a un repertorio meno “sonoro”. Bene anche il Maggiordomo, unico ruolo parlato, restituito con consumata esperienza da Franz Tscherne. Dal punto di vista strumentale, Juanjo Mena ha avuto il suo daffare per far quadrare il tutto facendo fronte a diversi momenti di “intemperanza” tra buca e palcoscenico; ma alla fine il risultato è da considerarsi estremamente positivo, anche grazie al contributo di molte prime parti dell’orchestra che in questa partitura a ranghi ridotti (”Ariadne” prevede meno di una quarantina di elementi) hanno avuto modo di mettersi in luce - tra tutti, ottima la prova del violino di spalla Giovanni Fabris. In buona sostanza, Mena ha privilegiato la continuità del discorso musicale a scapito dell’approfondimento dei singoli anfratti, aiutato certamente in questo dalla sua esperienza in campo sinfonico (un po’ meno dalla mancanza di dimestichezza con le voci). Ci sia consentito concludere con un invito a non perdere quindi l’opportunità di assistere ad uno spettacolo intrigante, discutibile nel senso migliore del termine.

Andrea Ottonello

pubblicato su “Il Corriere Mercantile” il 19.02.09

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